Terrore islamico e responsabilità italiane

In Movimenti

In Afghanistan nasce il nuovo governo dell’Emirato “di rinascita nazionale” che è stato di recente presentato in pompa magna.

Il primo ministro é il terrorista, riconosciuto come tale dalle Nazioni Unite, Hasan Akhubd, il ministro dell’interno è Sirajuddin Haqqani anch’egli ricercato per atti di terrorismo di matrice islamista e figlio di Jalaluddin Haqqani, il fondatore dell’omonima rete attiva da decenni in chiave terroristica. Sorvoliamo sulle personalità degli altri membri del governo meno noti, e soffermiamoci, invece, sulle radici del demone islamista.

In Italia si discute sull’eventuale riconoscimento del nuovo governo islamista. Sembra una boutade. Siamo ignominiosamente scappati in compagnia dei contingenti di tutto l’Occidente e lasciato solo un popolo che credeva in noi. Ora ci interroghiamo se è plausibile riconoscerne i “governanti” che, peraltro, hanno ripreso ad applicare la Sha’aria in ogni sua forma, anche la più becera.

Ma l’Italia non è scevra da responsabilità che risalgono ai tempi in cui i Talebani, in fondo, non erano che il meno peggio.

Prologo

Ahmad Shah Massoud, tagiko, soprannominato il “Leone del Panjshir”, leggendario mujaheddin della lotta contro l’invasione sovietica, non aveva smesso di lottare per l’instaurazione di un regime democratico in Afghanistan, anzi.

Dalla guerra contro l’arroganza comunista, passò a dedicarsi anima e corpo a quella contro un altro tipo di arroganza: quella islamista rappresentata dai Talebani.

All’epoca, gli anni ’90, gli “studenti coranici” altro non erano che una frangia delle milizie reclutate dal Al Qaeda, dapprima impiegate contro l’Urss e successivamente, dopo aver abbondantemente usufruito dei consistenti aiuti della Cia, che poco astutamente smise di occuparsi di quei “quattro straccioni”, si rivoltò contro gli americani nel peggiore dei modi.

Da allora il vero obiettivo di al Qaeda, nel frattempo divenuta un baluardo islamista contro i “Crociati”, divenne una forsennata ricerca di vendetta contro l’Occidente, iniziando uno stillicidio di attacchi per colpire gli interessi americani dapprima nel Corno d’Africa, dove divenne famosa la battaglia di Mogadiscio dell’ottobre 1993 che fu alla base del frettoloso ritiro delle forze occidentali dalla Somalia, poi con il primo attacco alle Torri Gemelle dove a colpire fu il qaedista Ramzi Youssef, per proseguire con Nairobi e Daar el Salaam, dove nel 1998  vennero colpite le rappresentanze diplomatiche statunitensi e nel 2000 l’attacco suicida all’incrociatore USS “Cole” compiuto con l’utilizzo di un barchino riempito di esplosivo C4, al largo delle coste yemenite.

Dal 1997 gli americani si rivolsero quindi all’unico potenziale alleato nella lotta agli islamisti di Kabul, Massoud. 

Il leone del Pansjshir, infatti, oltre a comandare un nutrito esercito di guerriglieri ben armati, lottava non solo per la liberazione dell’Afghanistan dal regime teocratico, ma anche e soprattutto contro i folli islamisti che intendevano estendere i confini della jihad globalizzandola.

Massud, il Leone del Pansjhir
Massud, il Leone del Pansjhir

Massud, oltretutto, godeva di una fitta rete di intelligence che forniva in tempi reali le informazioni idonee a colpire le basi strategiche dei jihadisti, non disdegnando di allargare il controllo del territorio montagnoso in un progressivo avvicinamento a Kabul, la capitale.

Fu proprio il “servizio segreto” di Massud a ottenere dettagliate notizie circa i piani di al Qaeda contro l’Occidente.

Nell’aprile del 2001, Massud, riferì a Ettore Mo, inviato di guerra del Corriere della Sera che “L’Europa non capisce che non combatto solo per il Panshir ma per fermare l’integralismo islamico”. 

Ma nessuno lo ascoltò, forse nemmeno la CIA e gli agenti inviati a contattarlo ai quali aveva rivelato che Oussama Bin Laden aveva in preparazione un grossa azione contro di loro e che molto presto li avrebbe attaccati in patria con un’azione spettacolare. 

Ma il 9 settembre del 2001, due giorni prima degli attacchi a New York e Washington, due uomini, presentati a Massud come Karim Touzani e Kacem Bakkali, sedicenti giornalisti del canale “Arabic News International”, raggiungono lo sperduto nel villaggio di Khvajeh Bahaʾad Din, nel nord dell’Afghanistan dicendo di avere ottenuto un incontro con Massoud.

Il leone del Panjshir non può sapere che sono in realtà Dahmane Abd al-Sattar e Hassan El Haski, di origine maghrebina ma muniti di passaporto belga, non sono giornalisti e non lavorano per “Arabic News International”, un canale inesistente.

I due sono terroristi con documenti belgi intestati a Karim Touzani e Kacem Bakkali procurati tramite il terrorista tunisino con passaporto belga Tarek Maaroufi, affiliato anch’egli ad Al Qaeda e noto alle cronache italiane per far parte di una filiera jihadista che operava a Bologna con diramazioni anche a Milano e Napoli.

Arresto di Salah Abdeslam a Molenbeek
L’arresto di Salah Abdeslam a Molenbeek

Touzani e Bakkali arrivano in Afghanistan dal sobborgo di Bruxelles, Molenbeek, divenuto poi la capitale dell’islamismo in Europa e rifugio per cellule operative che colpirono Parigi nel 2015.

I sicari entrano nello studio di Massoud e, dopo poche brevi domande rivolte per non creare sospetti, Dahmane attiva la bomba occultata nella telecamera.

Dahmane muore sul colpo, mentre Massoud morirà dopo pochi giorni. Il secondo terrorista, El Haski, rimasto illeso riesce in un primo momento a fuggire, poi viene eliminato dagli uomini di Ahmad Shah Massoud.

Le immagini del primo attentato alle Twin Towers del 1993 sono lontane una generazione. All’epoca pochi conoscevano Oussama bin Laden, Al Qaeda, il fondamentalismo islamico. Parlare di terrorismo islamista, all’epoca, pareva fantascienza, un argomento improponibile e, per molti, improbabile.

La rete di al Qaeda si era diffusa in modo esponenziale

L’Italia era al centro di questa ramificazione ed offriva, come oggi, un posto sicuro per organizzare la jihad senza incappare più di tanto in qualche periodo di detenzione affrontato come una prova dai miliziani arresati e sfruttato per reclutare altri adepti tra la popolazione carceraria.

Il fenomeno, negli anni, è cresciuto a dismisura nutrendosi dei folli insegnamenti di altrettanto folli ed autoproclamati imam, sceicchi e califfi sino ad oggi, fino alla creazione di un Califfato fantoccio sconfitto solo militarmente dall’Occidente che, ancora una volta, si scopre avulso da ogni capacità di comprendere che esiste un mondo che ancora oggi viaggia ad una velocità ridotta e, comunque diverso dal nostro.

Una visione dell’essere e del credere che nella nostra società non ha eguali, per questo sottovalutata o sopravvalutata, a seconda delle necessità.

Ricordiamo, forse banalmente, che il primo a colpire il WTC di New York nel 1993 fu tale Ramzi Youssef, che dopo il suo arresto da parte della CIA, durante il viaggio verso gli Usa, osservò dall’oblò dell’aereo che lo trasportava in manette, lo skyline di New York e le Torri Gemelle. Ebbe a dire ai suoi carcerieri che, nonostante il suo parziale fallimento, “la prossima volta le due torri sarebbero cadute”. Sapeva già tutto.

I segnali dall’Italia spesso sottovalutati

I micidiali attacchi dell’11 settembre 2001 non sono certo stati frutto del caso ma hanno avuto un prologo e un seguito ben definiti, anche in Italia.

A Roma l’antiterrorismo indagava dall’ottobre 2000 su una cellula di jihadisti che opera da una base situata in una baraccopoli e in 2 appartamenti vicini, presi in affitto da sodali all’organizzazione. L’indagine porta alla scoperta di una rete logistica che fornisce alloggio, passaporti, schede telefoniche e biglietteria aerea tramite esercizi commerciali compiacenti gestiti da altri islamisti.

Non solo. Tra i frequentatori identificati nella base, vi è un certo Lanani Samir, algerino, aspirante “martire”. 

Un posteggio privato situato nei pressi dell’ambasciata Usa di via Boncompagni, solo per caso il website era il http://www.911.it, ma è solo una mera coincidenza, è gestito da un altro soggetto, C. M., che mantiene collegamenti con la rete principale e ospita gli “operativi” di passaggio nella Capitale.

Una moschea clandestina nel centro di Roma, gestita da un pakistano, successivamente tratto in arresto, A.N., frequentata da tutti i sodali, tra i quali un certo Mohamed il Libico, al secolo Khalifa Moussa Mohamed Ahmed e G.C., un algerino successivamente arrestato, completava il quadro.

Nell’ottobre 2002 durante una perquisizione nella “baraccopoli”, vengono trovate audio e video cassette inneggianti alla jihad e una cartella contenente un indirizzo, con il senno del poi, ritenuto più che sospetto: “West Orangewood – Phoenix – Arizona, Usa” con l’indicazione di un referente, L. S., domiciliato negli Stati Uniti.

Il rinvenimento dell’indirizzo fa sobbalzare gli investigatori che, in collaborazione con il personale americano, identificano tutti i soggetti coinvolti.

Perchè tanto clamore? Semplice: la località citata ospita una scuola di volo che istruì Hani Hanjour, uno dei dirottatori dell’11/9.

Vengono arrestate in tutto 15 persone, per lo più maghrebini, con connessioni di vario tipo alla rete terroristica e criminale che opera in Italia per la fornitura di documenti falsificati.

Gli esiti del processo sono incommentabili e dimostrano come in Italia tra i collegi giudicanti regni la sottovalutazione completa di un fenomeno in continua evoluzione.

Il 12 luglio 2002, la Digos di Milano arresta 9 soggetti con l’accusa di aver dato appoggio logistico e falsificato documenti per terroristi collegati ad Al Qaeda. 

Gli investigatori rimasero basiti quando, durante le perquisizioni rinvennero, in una base del gruppo, una vera e propria stamperia di documenti falsificati e, tra questi, le matrici dei documenti falsi utilizzati dagli attentatori dell’11/09.

Ma a preoccupare maggiormente gli inquirenti furono le intercettazioni effettuate in Italia tra il 2000 e l’inizio del 2001 fra l’egiziano Es Sayed Abdelkader, alias Abu Saleh, imam della moschea di via Quaranta a Milano, e Adel Ben Soltane, uno dei tunisini che sarebbe finito agli arresti nella retata dell’aprile successivo e nella quale finì anche Essid Sami Ben Khemais.

Es Sayed Abdelkader alias Abou Salah
Es Sayed Abdelkader alias Abou Salah

Nel dettaglio, il 24 gennaio 2001, Es Sayed fu intercettato mentre parlava con Ben Soltane di  documenti che servono per i fratelli che vanno in America”. 

Es Sayed, si arrabbiò, ammonendo il compagno ed esortandolo a “Non ripetere più queste parole, neanche per scherzo, in qualsiasi posto ci troviamo, se mi devi parlare di queste cose tu ti devi avvicinare e mi devi parlare all’orecchio” perché “questo argomento è segreto, segreto, segreto”. 

Sono numerose le intercettazioni, che precedettero di diversi mesi gli attacchi agli Usa, che contenevano chiari riferimenti alla preparazione di un’azione terrificante che avrebbe fatto scalpore in tutto il globo da realizzare “negli Stati Uniti” con “aerei”. 

Ma l’Italia non era certo esclusa dai target di al Qaeda. Il pentito Jelassi Riadh, il “telefonista di al Qaeda”, rivelò che erano pronti i piani  per colpire la base NATO di Mondragone e l’ambasciata USA di Roma, la stazione centrale di Milano, l’aeroporto di Linate, la Questura e la Caserma dei CC di via Moscova e, per finire, il Senato.

Riadh Jelassi, era uno dei membri della cellula di Buccinasco, nei pressi di Milano smantellata nel 2003 dalla polizia italiana. I membri di questa cellula erano quattro immigrati clandestini provenienti dalla Tunisia: i due fratelli Zied e Zouheir Riabi, Riadh Jelassi e Lazhar Tlili.

In seguito ad arresti e perquisizioni avvenuti nei mesi seguenti mirati ai network tunisini, algerini e marocchini, collegati tra l’altro, all’Istituto di Viale Jenner, gli altri membri della cellula di Buccinasco riuscirono a fuggire all’estero. 

I fratelli Riabi morirono in combattimento in Tunisia e Algeria, mentre Tlili fuggì in Francia, dove venne arrestato nel 2002 per i suoi legami e coinvolgimento con altri estremisti.

Il 5 aprile del 2001, le autorità italiane arrestarono nell’area tra Milano e Busto Arsizio 5 individui nordafricani con l’accusa di terrorismo. Quest’ultimi furono accusati di essere associati ad Al Qaeda e di  pianificare di due gravi attentati terroristici. In collaborazione con una cellula salafita tedesca, il primo attacco aveva lo scopo di colpire Strasburgo. Il secondo attentato, invece, era stato progettato per colpire l’ambasciata americana a Roma, ricorrendo all’uso di armi biologiche e chimiche. In particolare, l’intenzione dei terroristi era di trasportare sostanze velenose (cianuro) all’interno di contenitori di salsa di pomodoro, per poi rilasciarle all’interno dei circuiti di ventilazione dell’edificio. 

Maaroufi Tarek
Maaroufi Tarek

Il 7 aprile, 4 persone furono fermate con l’accusa di finanziamento alla Jihad. Sami Ben Khemais Essid, cosiddetto Saber, era il capo di un gruppo estremista salafita impegnato nel reclutamento di martiri e con lo scopo di rifornire la Jihad internazionale con ingenti quantità di fondi. In seguito, Khemais fu anche accusato di essere il capo dell’organizzazione sovversiva che era in procinto di colpire l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma.

Mehdi Kammoun, Seifallah ben Hassine (a.k.a. Abou Iyad - dead in 2017) and Essid Sami ben Khenmais (alias Saber)
Mehdi Kammoun, Seifallah ben Hassine (a.k.a. Abou Iyad – dead in 2017) and Essid Sami ben Khenmais (alias Saber)

Tra il 10 ottobre e il 6 novembre, Tarek Maaroufi, Mehdi Kammoun, Mokhtar Bouchoucha, Tarek Charaabi, Adel Ben Soltane, Lased Ben Heni e Mohamed Ben Belgacem Aouadi (in diretto contatto con Riadh Jelassi) vengono arrestati con l’accusa di far parte di una cellula terroristica dislocata a Milano e in varie località della Lombardia, legate ad Al Qaeda. 

I membri della cellula vengono accusati di incitamento e promozione della Jihad, contraffazione di documenti, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e traffico di armi convenzionali e biologiche.

Il ruolo chiave della moschea di Viale Jenner

Il 14 novembre, nel corso delle indagini riguardanti l’Istituto Islamico di Viale Jenner a Milano e del suo sostegno al terrorismo internazionale, fu arrestato il signor Abdelhalim Hafed Remadna, per di più, accusato di essere in possesso di documenti falsi, con in quale intendeva far ritorno in Algeria. Algerino, 35 anni, Remadna fu arrestato poichè sospettato di avere legami con le cellule fondamentaliste islamiche in Italia e all’estero. Dalle indagini emersero telefonate satellitari tra l’algerino e tale Abu Jaffar, ritenuto, all’epoca, il numero tre dell’organizzazione di Al Qaeda. Le telefonate partivano da un telefono satellitare dall’interno dell’istituto islamico di Viale Jenner, dove Remadna svolgeva compiti di collaboratore dell’Imam. Inoltre, nella scrivania di Remadna furono trovati una carta di identità, la patente e un passaporto yemenita che, secondo la Digos, sarebbero stati documenti appartenenti a Mahmoud Es Sayed Abdelakader, cittadino egiziano all’epoca irreperibile, considerato l’ideatore della strage di Luxor e condannato a morte in Egitto. In una delle telefonate intercettate dalla Polizia, diretta a Remadna e arrivata dall’Afghanistan, si parlava chiaramente della necessità di inviare armi e uomini capaci di addestrare nuovi soldati per la Guerra Santa. “Abbiamo bisogno di armi e istruttori. Abbiamo aperto nuove palestre”, fu uno dei passaggi incriminati della telefonata, nella quale si chiedeva anche un metal detector. L’inchiesta era strettamente connessa a quella che nei mesi precedenti aveva consentito di smantellare una cellula radicale islamica che faceva capo all’estremista tunisino Essid Sami Ben Khemais.

Nabil Benattia, Es Sayed Abdelkader, Remadna Abdelhalim e Yassine Chekkouri
Nabil Benattia, Es Sayed Abdelkader, Remadna Abdelhalim e Yassine Chekkouri

Il 29 novembre, nuove perquisizioni all’Istituto Islamico di Viale Jenner e della moschea di Via Quaranta a Milano portarono all’arresto di 2 individui per reati di terrorismo. Oltre a Remadna, già arrestato 15 giorni prima, e Yassin Chekkouri, marocchino di 35 anni, il quale era considerato dagli investigatori un elemento attivo, all’interno dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner. Un altro tunisino di 35 anni, Nabil Benattia, anch’egli finito in manette, era già coinvolto nelle indagini sul Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, e ritenuto implicato nel traffico di documenti falsi. Mahmoud Abdelkader Es Sayed, 39 anni egiziano, riuscì invece a fuggire dopo una perquisizione che lo coinvolse il luglio precedente agli arresti.

Nel mese di febbraio le autorità del Cairo avevano inoltrato nei suoi confronti la richiesta di arresto ai fini di estradizione, in quanto ricercato per una condanna per omicidio volontario, sabotaggio, porto abusivo di armi, partecipazione a organizzazione terroristica in relazione alla strage di Luxor. La richiesta egiziana non poté essere accolta poichè che Es Sayed, all’epoca, era titolare dello status di rifugiato politico in Italia, un iter seguito a ruota da tutti i clandestini in odore di jihadismo giunti in Italia anche negli anni successivi, fino ad oggi. Un Paese sicuramente accogliente grazie a irresponsabilità, buonismo e idiozia.

Tutti i piani  in fase di preparazione contro obiettivi “italiani” vennero sospesi due mesi prima della distruzione delle Torri gemelle su ordini pervenuti dall’establishment nel network qaedista.

I collegamenti europei del network qaedista

A seguito degli attentati dell’11 settembre, le indagini effettuate in Gran Bretagna portarono all’identificazione del  gruppo legato a Zacarias Moussaoui, il franco-marocchino fermato il 16.08.2001 a Minneapolis (Minnesota) considerato il 20° appartenente alla cellula dei dirottatori degli attentati in Usa dell’11/9/2001.

Della cellula facevano parte e Mustapha Labsi, richiesti dalla Francia, Abou Doha, Khaled Al Fawaz, Ibrahim Eidarous e Adel Abdulbary richiesti dagli USA e  Bachir Aouni, richiesto dall’ Italia poichè appartenente alla già nominata “filiera jihadista bolognese” sotto indagine dalla fine degli anni ’90.

Il 21 settembre 2001, la Metropolitan Police di Londra, agendo in virtù del Terrorist Act del 2000, aveva fermato il cittadino algerino Lofti Raissi, nato il 04.04.1974 a Bal El Oued (Algeria), detentore di un passaporto francese falsificato rilasciato a nome di Fabrice Vincent Aligier, nato il 06.07.1972 un pilota professionista, dimorante a Londra. Con Raissi, venne fermata anche la moglie Sonia Demolis, nata a Voiron (Isere), impiegata dell’Air France presso l’aeroporto di Heathrow.

Raissi Lotfi
Raissi Lotfi

Secondo le Autorità americane, Lofti Raissi aveva effettuato un addestramento al pilotaggio insieme a uno degli altri autori degli attentati dell’11 settembre 2001, Hani Hanjour presso l’aeroclub di Falcon Field Mesa, Arizona).

Sonia Demolis venne scarcerata il 25 settembre 2001 mentre Lofti Raissi, comparve il giorno dopo di fronte ai magistrati di Londra e posto in detenzione in virtù di un mandato di arresto internazionale emesso dalle Autorità americane, per falsificazione documentale.

Inoltre, secondo gli investigatori americani, Lotfi Raissi avrebbe frequentato alcuni dei dirottatori nelle scuole di pilotaggio  e viaggiato insieme ad alcuni di loro tra il marzo 2000 e il giugno 2001.

Peraltro, le Autorità italiane resero noto che a seguito del fermo il 24.08.1996 a Roma del cittadino egiziano Ahmed Zaky Mohamed, in situazione irregolare, possessore di un falso permesso di guida, venne controllato nella sua stanza presso l’hotel Napoleon di Roma proprio con uno dei suoi contatti, Lofti Raissi.

Lofti Raissi era in possesso di una carta nazionale di identità francese rubata e di un passaporto francese, anch’esso provento di furto, rilasciato a nome di Fabrice Vincent Aligier, oltre che di una autorizzazione a frequentare un corso di pilotaggio dal 9 settembre 1996 al 9 settembre 1997 presso la Westwind Aviation Academy di Phoenix (Arizona). A seguito dei ricorsi presentati all’alta Corte britannica, Raissi Lotfi viene assolto dalle accuse nel 2002.

Il 17 febbraio del 2002 vengono arrestati a Bologna Khalil Jarraya, un latitante di origine tunisina di 33 anni, ricercato in Italia dal ‘98 con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti e ricettazione. 

Privo di documenti ed entrato clandestinamente in Italia, Jarraya era considerato elemento vicino a cellule del terrorismo islamico internazionale operanti in Europa. 

Secondo gli investigatori, dopo aver trascorso un periodo tra i mujaheddin, in Bosnia, tra il ‘92 e il ‘93, guadagnandosi l’appellativo di “colonnello”, Jarraya avrebbe avuto contatti con estremisti in Gran Bretagna, Spagna, Germania, Francia, Belgio e in varie città italiane. Il suo compito era procurare documenti contraffatti e denaro falso per l’autofinanziamento delle cellule terroristiche. Assieme a lui, nel giugno dello stesso anno, furono citate in giudizio una cinquantina di persone, per lo più marocchini e tunisini, accusate di far parte di un gruppo che avrebbe avuto legami con il Gia (Gruppo islamico armato), che successivamente si trasformò, nella sua parite “internazionalista” nel GSPC.

L’operazione, scattata nel 1999 e denominata “Venti di guerra”, aveva portato all’individuazione di personaggi “attenzionati”, nuovamente  operativi anche dopo l’11 settembre. Tra loro numerosi militanti che avrebbero ripreso i contatti attivi con la rete di Osama Bin Laden. Tutti gli imputati della cellula, allora in libertà, erano non solo accusati di aver reperito armi e documenti falsi per i fondamentalisti, ma anche di aver gestito i contatti con le altre cellule europee. Alcuni elementi di questo gruppo sarebbero in contatto costante sia con i “soldati” che facevano base a Milano, sia con quelli della Campania.

Oggi nulla è cambiato

Ad oggi la rete di Jarraya Khalil opera attivamente, dopo la brevissima detenzione nelle carceri italiane, in Libia e Tunisia dove si finanzia con la tratta dei clandestini, non disdegnando di inserire nei viaggi gli operativi diretti in Europa.

Jarraya Khalil
Jarraya Khalil

La caratteristica principale post 11 settembre dimostrata dai network del terrore islamista, sembra essere quella della avvenuta “ristrutturazione orizzontale” dell’organizzazione. A fronte delle strutture gerarchiche piramidali, considerate ormai vetuste e permeabili da parte degli operatori delle intelligence, i gruppi islamisti sembrano aver preferito la nascita e la crescita di “gemmazioni autonome”, autofinanziate, stanziate ed integrate in uno specifico territorio a seconda delle caratteristiche, anche somatiche, degli affiliati. 

In questo contesto una parte determinante viene ricoperta dalla cosiddetta “Legione bianca”, ovvero la schiera degli occidentali convertiti all’Islam, e che, seppur in minima parte, hanno presto finito per abbracciare la causa jihadista. Tali soggetti, in passato utilizzati unicamente per l’apparato logistico dei vari gruppi, hanno visto rivalutata la loro importanza, determinante per le finalita’ delle organizzazioni. Infatti, pare che proprio i convertiti siano portati, piu’ ancora dei loro omologhi di estrazione arabo-asiatica, a portare all’esasperazione il concetto di “Jihad”, in questo facilitati, dal punto di vista operativo, dal diverso e più moderno bagaglio culturale e dalla perfetta integrazione nei vari tessuti sociali. Ma il ruolo della legione bianca non è certo estraneo ad un percorso di radicalizzazione, sviluppato anche in Italia, avviato da imam autoproclamati e da veri e propri reclutatori che operano nelle varie moschee più o meno clandestine sparse sul territorio nazionale. 

In Occidente l’islamismo fa da catalizzatore, mescolando violenza sociale  e rabbia verso l’Occidente medesimo che accoglie ma “non condivide” gli ideali islamici, ma soprattutto islamisti, propalati alle masse di immigrati da predicatori formati ad hoc.

Qui è da far risalire “la rabbia islamista” dei sobborghi delle grandi città europee. Da Molenbeek, centro nevralgico, a Parigi, a Roma. Seconde e terze generazioni di immigrati, per nulla disposti ad integrarsi si riconoscono nell’esegesi islamica da imam autoproclamati reclutai dai Network jihadisti, con le conseguenze ben note.

L’obiettivo chiave proprio sia di Al Qaeda che dello Stato islamico, ormai itinerante, è quello della destabilizzazione politica dell’Occidente spinta dal favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il fomento di  rivolte popolari locali (casa, reddito, occupazione e accoglienza, la creazione sistematica di nuovi luoghi di culto e di aggregazione e l’inserimento di insospettabili professionisti in posti “chiave” di economia, politica, scienza e medicina.

Il tutto finalizzato, dopo la migrazione ben poco occulta portata avanti negli anni, a una progressiva radicalizzazione in Occidente. Un piano ben congegnato che trae origini dagli incontri decorsi negli anni ’90 tra gli ideologi della jihad globale, portati a una riconquista violenta dei territori europei e nordafricani appartenuti in passato all’impero Ommayade, e quelli della “soft jihad” il cui credo è ben descritto nella frase pronunciata da un esponente dei Fratelli musulmani a un convegno interreligioso che spesso abbiamo voluto riportare: “con le vostre leggi democratiche vi conquisteremo, con le nostre vi domineremo”. (Riferito durante l’intervento di Mons. Bernardini, vescovo di Smirne , il 13 ottobre 1999 in Vaticano, nel corso della seconda assemblea speciale per l’Europa del sinodo dei Vescovi).

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